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III – Cure primarie e terzo settore

CURE PRIMARIE E TERZO SETTORE, L’IMPEGNO DI CAMMINI DI SALUTE

Primary Health Care non significa semplicemente “cure di base”, quasi le cure di base, o primarie, costituiscano un primo livello semplice, rudimentale, poco evoluto di cura a fronte di quelle “secondarie”, in genere residenziali, ospedaliere, specialistiche, tecnologicamente avanzate. In realtà le Cure Primarie si esprimono attraverso la maggior complessità possibile, dove tutti gli elementi della vita personale si manifestano e interagiscono. Le cure primarie sono il luogo dove più pienamente si vive la “Salute” come processo di costruzione di rete fra persone, comunità, società, servizi, normative, tecnologie.

Solo per limitarci ad un esempio, pur riduttivo nella pluralità delle competenze delle Cure Primarie, la Medicina di Famiglia (o Medicina Generale), si pensi come non vi sia medico di famiglia senza un personal computer, con cui dialoga o interagisce con i Sistemi ASL, regione, Stato, sistema fiscale (l’Agenzia delle Entrate), le reti associative di categoria (Medicina di gruppo, in rete o altre..), gli Assistiti (cartella clinica informatizzata, emissione di certificazioni, fatturazione on line…). E come questa interazione sia oggi parte integrante del sistema di cure mediche primarie.

Ora, quanti personal computer vi sono in un ospedale, accessibili dal personale sanitario? Quanti personal computer sono in grado di utilizzare programmi di lettura di referti digitalizzati, o di dialogare attivamente con programmi in rete? Quanti sono usati o aggiornati nella prescrizione di esami e cure come richiesto dal Sistema Sanitario Nazionale, e non piuttosto dalla libera espressione del singolo?

Allo stesso tempo il Medico di Famiglia ha conservato aspetti del “fare il medico” assolutamente tradizionali, fondati sulla conoscenza della persona, della sua rete familiare o amicale, delle sue condizioni e ambienti di vita, del suo comportamento, della sua capacità ad esprimere ed esprimersi, dove la narrazione è parte integrante, se non principale, della visita.

Diciamo allora che sono ambiti differenti, non concorrenziali, ma integrabili e mutuamente necessari, che rispondono ad esigenze diverse utilizzando strumenti diversi.

Le cure di “secondo livello” utilizzano un ≪pattern assistenziale ad elevata standardizzazione ed intensività tecnico-assistenziale che si attiva e si mobilita in presenza di un evento “nuovo” e con caratteristiche prevalentemente di acuzie, di urgenza od emergenza (Ministero della Salute, 2007) ≫, mentre nelle Cure Primarie ≪a prevalere è il cosiddetto paradigma “dell’iniziativa” con il quale si intende un pattern assistenziale orientato alla “promozione attiva” della salute e al rafforzamento delle risorse personali (auto-cura e family learning ) e sociali (reti di prossimità e capitale sociale) a disposizione dell’individuo, specie se affetto da malattie croniche o disabilità≫.

Ciò premesso, Cammini ha scelto di essere “Cure Primarie”, nel senso più ampio e complesso del termine. I suoi operatori sono essenzialmente medici di medicina generale o di continuità assistenziale, operatori sociali, mediatori, sino a volontari in formazione, nei diversi livelli dei loro studi universitari (medicina, giurisprudenza, informatica, ingegneria…) o attivi in altre forme associative dedite ala cura della persona, ma anche infermieri, psicologi, esperti di management, interpreti…

Una complessità di gruppo che deve rispondere alla complessità della “domanda” cui ci si rivolge, proveniente da una grande eterogeneità di provenienze, comprese quelle culturali, antropologiche, linguistiche (35 nazioni diverse, dall’Africa subsahariana attraverso il Medio Oriente e il Corno d’Africa sino all’Asia Centro-Meridionale). A questi fattori di complessità si devono aggiungere la pluralità ed eccezionalità delle normative, dei sistemi e sottosistemi di accoglienza, da quelli istituzionali a quelli del Terzo Settore, ed ancora la complessità degli aspetti clinici o delle storie individuali, cui non siamo in genere abituati (vittime di guerre, deprivazioni, maltrattamenti gravi, torture).

Come affrontare con le pochissime risorse finanziarie disponibili tutto questo?

Con la motivazione degli operatori, i loro legami, l’identità di gruppo, la condivisione degli obiettivi, la continua revisione e semplificazione delle procedure, la capacità di acquisire autonomia operativa, adottando metodologie organizzative “non gerarchiche” e “non lineari”, ma “trasversali” e co-partecipate, fondate sulle competenze riconosciute o sul tutoraggio all’apprendimento. Con una regìa leggera, che offre spazi all’autogenerazione (autopoiesi) delle strutture organizzative più efficaci, che non sopprime l’errore, ma lo valorizza come fonte di conoscenza, che non considera l’anomalìa come “scarto”, ma possibile “emergenza” anticipatoria di un diverso, possibile, futuro.

Tutto questo ha definizione tecnica nella gestione sistemica della complessità, nel problem finding e problem solving, nel knowledge management, nella lean organization, nella visione organizzativa “olistica”, che non sopprime le emozioni a scapito di una presunto efficientismo razionalistico, ma le considera parte costituente e costruente un’organizzazione viva come un organismo biologico, in cui le parti e il tutto si compenetrano continuativamente e continuativamente si plasmano.