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La generazione che verrà

Incontro al Convitto Nazionale Umberto I di Torino

Non è facile andare in una scuola e parlare a dei ragazzi per un’ora e mezza di terrorismo, geopolitica, tortura. Se poi davanti non si hanno ragazzi di quinta, ma una platea con un’età media di quindici anni, il tutto diventa ancora più difficile. Diventa complicato spiegare con chiarezza il periodo convulso di cui siamo spettatori e, a volte, anche attori. Da questa relativamente tranquilla sponda del Mediterraneo assistiamo con distacco a quel che accade ai nostri vicini e i “pochi” che faticosamente guadagnano la sabbia del nostro bel Meridione, oppure coloro che hanno scelto la via dei Balcani e poi la Germania, sono quelli su cui cade il nostro giudizio incolore. Le loro vite, le loro perdite, il loro dolore viene sminuito e accantonato da una retorica di parte e, evidentemente, disinformata, distorta, marcia. Un tecnico del settore non può permettersi né disinformazione né retorica. Espone la cruda verità senza giudizio, “Ecco, questo è quello che accade, prendi i dati, ascolta le mie parole, guarda le foto e dimmi, ora, ti sembra semplice giudicare?”

 

È questo che Cammini di Salute ha provato a fare, alla conferenza tenuta al Convitto Nazionale Umberto I di Torino dal Dott. Enrico Chiara, accompagnato da Riccardo Chiara e dal sottoscritto. E, forse, lo sforzo è stato apprezzato. Ammucchiati sulle sedie e i divanetti dell’aula studio, i ragazzi hanno seguito per tutta quell’ora e mezza, senza distrarsi (cosa molto rara, credetemi), lo scorrere delle slide alla lavagna LIM.
Lo sforzo è stato quello di riuscire a dare una panoramica dell’emergenza migranti in poco tempo, con una miriade di falsi preconcetti da demolire su praticamente qualsiasi argomento. A cominciare dalla reale possibilità di poter stroncare i flussi migratori con un processo che non sia totalmente pacifico e con una volontà proveniente dai paesi da cui quei flussi originano, ma con una ennesima imposizione forzosa dei paesi occidentali, con bombardamenti e presenza sul territorio, cosa che, come si è provveduto a evidenziare, comporterebbe costi talmente proibitivi da non poter nemmeno essere considerati da una mente razionale. Ai ragazzi è stato dato un quadro sintetico ma completo della situazione attuale, soprattutto libica, una terra dove vivono 1500 fazioni armate e 70 tribù in aperto conflitto e la pacificazione non può che seguire, quindi, vie molto tortuose.
Ma non solo i fatti, in fondo anche le parole contano; e dunque è stato spiegato il significato vero di termini come “sharìa” o “jihad” e come poi parole di pace possano trasformarsi in canti di guerra. E non solo parole arabe: spesso ci è sconosciuto il significato di parole della nostra stessa lingua, come la parola “profugo” o “migrante”, “sfollato”, “clandestino”, termini cui talvolta media e politici fanno ricorso spesso in maniera quantomeno impropria, a voler essere concilianti.
I media: altro argomento affrontato, altre problematiche da chiarire, quali l’importanza dei media per il terrorismo (per il Daesh in particolare) e il ruolo della censura e quale utilità potrebbe avere usarla nei confronti degli spot propagandistici jihadisti (o non usarla). Perché il Califfato è una forma di “terrorismo 2.0”, conosce molto bene la nostra società, le nostre paure e stereotipi, meglio di quanto noi conosciamo loro; si vede, questo, da come sfrutta sapientemente i nostri giornali come cassa di risonanza; si vede, questo, dall’uso che fa di propri e articolati mezzi di informazione, editoriali, riviste, social.

 

Aspetti peculiari della società islamica, dunque, sono stati alcuni degli argomenti in chiusura. Aspetti della vita e rituali di cui poco si parla o si sa qualcosa, come l’infibulazione e le altre mutilazioni genitali femminili, un fenomeno soprattutto culturale che coinvolge le popolazioni locali sulla base di antiche tradizioni, estranee al credo religioso (in certi paesi, come l’Etiopia, l’Eritrea, o la Guinea dove si ha una più forte presenza cristiana, il 90% delle donne cristiane è stato infibulato).
Per finire, argomento di chiusura prescelto, perché più utile da sottoporre alle persone che oscillano alternativamente tra l’indifferenza e il disprezzo manifesto: le torture e le sofferenze patite da chi sceglie di rimanere. Per la giovane età del pubblico si è preferito non mostrare le immagini più crude ed esplicite. È bastato descriverle. È stato sufficiente parlare delle decapitazioni delle morti delle stragi dei bambini soldato e di tante, troppe altre atrocità davanti alle quali, se conosciute, una persona umana non può girarsi dall’altra parte.
Era importante che di quella ora e mezza i ragazzi conservassero almeno parte di una nuova consapevolezza, che li potrebbe aiutare a comprendere e vagliare quello che sul tema leggono e sentono. Quella minima consapevolezza che potrebbe evitare di farli cadere vittime di semplificazioni e banalità e che potrebbe renderli, in un futuro, persone e cittadini attivi.
È dai giovani, dai ragazzi che si dovrebbe partire e su cui si dovrebbe investire per primi, sempre. E la scuola è il canale prediletto per farlo e noi abbiamo scelto di perseguire anche questo scopo nella nostra agenda. Perché, non mi stancherò mai di ripeterlo, il nostro servizio è a vantaggio di tutti, cittadini e profughi, italiani e stranieri. Non è settoriale, non è interessato, cieco o di parte. E così sarà sempre.

 

Operatore, studente presso la Facoltá di Giurisprudenza di Torino

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