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PER LA GIUSTIZIA SOCIALE E LA LIBERTÀ

Torino, 18 giugno 2016-06-18 Centro Italiano per la Fotografia
Il contributo di Cammini di Salute.

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Il tempo è poco e credo che un buon modo per impiegare i minuti di cui dispongo sia il cercare di rispondere a 3 semplici domande:
cosa siamo noi
perché siamo qui oggi
a quali riflessioni ci conducono questo “cosa” e questo “perché” rispetto al tema della giornata.

COSA SIAMO NOI
Cammini di Salute è una APS nata nel dicembre 2013 quando un gruppo di medici, operatori e protagonisti dell’Emergenza Nord Africa e del suo finire decise di unirsi in modo formalmente organizzato per cercare di dare una risposta più coerente ed efficace a una domanda emergente, vale a dire una domanda di sanità territoriale di cure primarie, non specialistica ma in grado di operare con continuità di cura nell’arco della vita di una persona proveniente da una terra, una cultura, una percezione diversa di sé e del mondo.
Una sanità quindi fortemente orientata verso un “fare salute” multiculturale e pluriprofessionale, in grado di unire contesti, ambienti, relazioni, culture, società senza perdere il valore delle loro differenze.
Ad oggi Cammini di Salute ha incontrato 604 persone per un totale di 3188 passaggi, provenienti da 34 nazioni diverse, richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale, dal primo arrivo, il “C3”, all’acquisizione del codice STP e poi di quello fiscale, sino all’ingresso nei Centri o in Progetti e al successivo uscirne, quando la necessità di vivere una vita sostenibile è affidata alle capacità e risorse individuali.
In questi pochi anni sono state effettuate visite mediche, accompagnamenti sanitari, certificazioni per commissioni, aiuti diretti, ma anche raccolta e pubblicazione di dati, riflessioni fondate su evidenze prodotte grazie al monitoraggio costante degli accessi.

Questo ci porta a rispondere alla seconda domanda, sul “PERCHÉ” SIAMO QUI OGGI.
Perché Cammini ha scelto di operare adottando un modello di medicina di iniziativa e cure primarie, dove la continuità, il monitoraggio, il racconto costituiscono alcuni degli elementi più caratterizzanti.
A differenza di altri che agiscono per singole emergenze attraverso azioni immediate di risposta a un bisogno, noi cerchiamo di agire in modo organizzato, strutturato, progressivo, secondo un criterio gestionale preciso, fondato sul monitoraggio, controllo e ricerca del miglioramento. Grazie a questa modalità di azione, pur nella scarsità di risorse economiche disponibili, siamo riusciti a crescere come operatori, strumenti,materiali ed oggi lavoriamo per dotarci dei mezzi necessari per affiancare all’attività residenziale, negli studi medici, un’attività di strada. La scelta quindi di mettere in pratica una medicina di iniziativa e non solo di attesa trasferita non nel solo agire del medico, ma anche nell’agire nei diversi contesti di vita.
E sempre in un’ottica di continuità di cura, per cui non è raro compilare la cartella col numero 604 ed aprire subito dopo la 23 ola 35. Persone seguite nel tempo, di cui conosciamo non solamente i percorsi clinico sanitari ma anche le vite. In una parola, una sanità che non solo dispensa prestazioni e prescrizioni mediche ma che, soprattutto, incontra, dialoga, ascolta, narra. Una sanità in cui al centro non pone il malato con la sua malattia, ma la persona, in una visione di salute complessa e positiva, in cui la malattia, quando presente, non è una circostanza isolata dall’insieme delle relazioni, contesti, percezioni, che quella persona possiede.

E con questo ci avviciniamo alla terza domanda, A QUALI RIFLESSIONI CI CONDUCONO QUESTO “COSA” E QUESTO “PERCHÉ” RISPETTO AL TEMA DELLA GIORNATA.

La prima considerazione riguarda il sistema dell’accoglienza che di fatto opera in modo a-sistemico, in cui il sistema non risolve la complessità nella semplicità, ma tende a moltiplicare l’offerta senza creare quella trama di relazioni in grado di renderla coerente, omogenea, efficace. In una parola un sistema che fa del complesso un complicato.
E questo è un difetto già di partenza, dalle norme che lo regolano, alle dinamiche strutturali che lo animano, al sovrapporsi non coordinato di azioni in assenza di un monitoraggio complessivo, di parametri standard condivisi che consentano di valutarne la qualità, in termini di efficienza, efficacia, appropriatezza, economicità.
Di qui anche le iniquità nell’accogliere, che ci portano ad incontrare ancora oggi persone giunte in Italia nel 2011 che non sanno parlare l’italiano, che utilizzano un inglese o francese approssimativo, che non sanno utilizzare i servizi disponibili o addirittura non li conoscono, e che non hanno un’abitazione sicura, un lavoro, un reddito.

La seconda considerazione è che non siamo in presenza, come a volte qualcuno sostiene per contrapposta visione ideologica, di fronte a una gravità estrema, a un’emergenza sociale collettiva, a un pericolo per la comunità residente. Siamo però in presenza di sacche di emarginazione sociale importanti, ma ancora limitate e perciò affrontabili. Questo prima che crescano di numero, o che si trasformino in pericoli, da quello sanitario a quello, più generale, della sicurezza e della coesione sociale. Siamo ancora in un ambito in cui la volontà politica può fare la differenza. E se la sanità oggi ancora risponde, sia come sistema pubblico che come privato sociale, l’emergenza sociale va continuamente crescendo. Noi abbiamo incontrato i primi “cedimenti”, dal crescere dei fenomeni di disadattamento, che si esprimono con disagi o malattie psichiche, alla cronicizzazione di malattie acute ma trascurate, legate all’insalubrità nell’abitare, nel nutrirsi, nel convivere. Abbiamo assistito a molteplici eventi di vittimizzazione secondaria, quando il sistema sanitario non eroga cure adeguate o non garantisce diritti esigibili, come l’esenzione dal pagamento dei ticket.
Il problema grave, però, è che se la criticità sociale incrementa quella sanitaria quando questa già vive criticità proprie, i fenomeni di marginalizzazione cresceranno ancora, creando ancora più forti problemi sociali.

E con questo concludo, cercando di guardare con una piccola ragione di speranza al futuro. Una speranza basata sulle persone, sui singoli soggetti, che in Italia hanno saputo dare forti esempi di solidarietà, capacità di aiuto, volontà di servizio. Ma questo ovviamente non può bastare. E prima che di soldi, vi è una gran necessità di buone politiche e buone leggi. Che la giornata di oggi, per come è articolata, nelle presenze e negli interventi, sia perciò un buon auspicio di cambiamento.

Medico, Presidente dell’Associazione Cammini di Salute.

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